Dallo scetticismo del padre alla condivisione di una passione

I

Vincenzo  li chiamava “pupiddi” ed erano diventati la sua ossessione; gli sbucavano fuori da tutte le parti, dal cassetto del comodino, da quello della scrivania, dal portaoggetti dell’auto, dal frigorifero e financo dal bidet; perché sì, Sebastiano quando andava in bagno, con le mani mica si metteva a girare le pagine di Topolino; tirava fuori due o tre pezzi di pongo variopinti e dai, a fare “pupiddi”: cani, innanzi tutto, di tutte le razze, di tutte le fogge, di tutte le dimensioni, in tutte le posizioni e poi asini, pecore, mucche, ma anche automobili, biciclette, u ziu Vastiano e a zia Cuncittina, elefanti, barche, aeroplani, insomma tutto: TUTTO!

Da quelle incontenibili e ipercinetiche manine, veniva fuori di tutto e Vincenzo, padre paziente, la pazienza l’aveva proprio esaurita. Non è che i pupiddi non gli piacessero e anzi sotto sotto li ammirava e se inorgogliva, era solo però che, più li guardava, più se li trovava intorno e più sentiva crescere dentro di sé un’inquietante premonizione: vedeva il figlio dentro una oscura bottega, tutto inzaccherato d’argilla, tutto impiastricciato di colori e “oddio – pensava – non è che questo qui, impasta oggi e impasta domani, ci prende troppo gusto e mi viene fuori ceramista? … Oddio NO!”.

Vincenzo, di professione agronomo e docente, pensava così però, non perché del lavoro artigiano avesse disprezzo, ma perché sapeva che, da sempre, gli artigiani avevano tirato la carretta: sudore, fatica, rischio e magri guadagni; e lui, affettuosamente, per suo figlio questo non lo voleva.

E così si risolse di farli sparire, i pupiddi. Era peggio però, perché Sebastiano, più il padre ne nascondeva, più lui ne modellava. E dai ancora con trattori, melegrane,

maialini … . Andavano avanti così padre e figlio.

II

    Era quella una bella giornata di primavera, Noto si vestiva di fiori e si disponeva ad accogliere i turisti per l’ “Infiorata”. Dappertutto nelle viuzze, negli androni, negli slarghi, gli artisti e gli artigiani allestivano gli stand con le loro opere, per mostrarle e proporle all’acquisto.

Sebastiano, vinta la naturale timidezza, si era buttato nella mischia; in un angolo di un cortile sul Corso Vittorio Emanuele aveva allestito il suo banchetto dove facevano bella mostra panieri di frutta, ceste di pesci, portacandele e quant’altro, non più di pongo ma di terracotta dipinta a freddo; e figurarsi se Vincenzo non era lì, a presidiare la postazione e più complimenti riceveva per il figlio più in lui il presentimento si radicava: “ Che belli questi fichi – gli diceva una signora – e lui – ma davvero le sembrano belli? Non è che questa foglia …” . Diciamo che Vincenzo non è che fosse molto incoraggiante! Sebastiano però, aveva intuito il tiro mancino, diede una sgridata al padre che pensò bene di andarsi a vedere l’Infiorata.

Quella prima uscita fu un successo. Sebastiano era raggiante perché riportava a casa pochi dei sui oggetti e tanti apprezzamenti.

Qualche giorno dopo, su un foglio locale, scrissi un articolo dedicato a Sebastiano e ai suoi panieri. Dopo averlo letto, Vincenzo mi guardò con un’espressione attonita e mi chiese : ”Ma tu pensi davvero che Sebastiano meriti tutto quello che hai scritto su di lui? Certamente – risposi – e anche di più!”. Bastò questo per far vacillare l’ultimo residuo di resistenza, Vincenzo allargò un sorriso e capì: Sebastiano avrebbe fatto il ceramista e lui gli sarebbe stato al fianco.

Cominciò così l’avventura di padre e figlio: e perché anche del padre si dirà dappresso.

III

       In Sicilia non si fa ceramica se non si passa da Caltagirone ed è lì che Sebastiano  si reca a bottega, per  inoltrarsi in quell’universo di significanti e significati che da otto secoli trova la più elevata espressione nei manufatti degli artigiani calatini.

Intanto a Noto papà Vincenzo, ormai arresosi, scalpitava per iniziare insieme al figlio quella che si profilava come una eccitante avventura; e ancora non poteva sapere che di questa avventura sarebbe stato un protagonista di primo piano.

Subito il negozio sul Corso, gli allestimenti,  il laboratorio nei garages di casa,  le attrezzature e anche – accidenti! – la burocrazia. Nel frattempo a Caltagirone, Sebastiano, impastando e modellando metri cubi di argilla, affinava  l’occhio, perfezionava il gesto ed intuiva che, per quanto pregevoli le sue realizzazioni del momento, esse non costituivano  che il primo passo di un percorso creativo che non avrebbe dato  requie al suo spirito, che non avrebbe mai avuto un approdo definitivo.

E a Caltagirone, Sebastiano fa una conoscenza felice: di nome e di fatto. Felice,  infatti, è uno dei migliori tornianti di Caltagirone  che, preso Sebastiano in simpatia, si dichiara disponibile a venire  saltuariamente a Noto, nel suo laboratorio, per produrre dei semilavorati al tornio su commissione. Felice e Vincenzo si conobbero e si piacquero subito e quando Vincenzo cominciò a vedere come, guidati dalle sapienti mani di Felice, informi pezzi di argilla magicamente si trasformavano in bottiglie, lemmi, cannate, albarelli, versatoi, portacandele, salvadanai e quant’altro, ne fu folgorato: “Mi fai provare? – chiese a Felice –  Siediti al tornio”  fu la risposta.

E vedere Vincenzo fin la notte, stavolta lui, tutto inzaccherato d’argilla, provare e riprovare, nel tentativo di domare e farli venir su questi benedetti pezzi, era da non credersi.

E poi vennero le mostre, le fiere, le esibizioni, i presepi; tutto un mondo nuovo, meraviglioso e promettente, un mondo fatto di segni, colori, forme, culture, storie, si dispiegava davanti a loro, padre e figlio, e chiedeva solo di essere esplorato e vissuto. Impegno, fatica, determinazione, passione erano le credenziali richieste e di queste ce n’erano in abbondanza.

Sebastiano adesso, si spingeva oltre i “pupiddi” ed affrontava la decorazione pittorica, mentre Vincenzo, torniva, torniva e torniva. Quando ci vedevamo e lui era al  tornio mi guardava con simpatica spavalderia e mi diceva: “Corrado, cosa ti faccio?” – ed io provocatoriamente – “non lo sai fare!” – e lui – “scommettiamo?” – “e va bene, fammi un albarello con la pancia stretta!”. Dopo cinque minuti l’albarello, elegante e perfetto, era pronto; lui prendeva il filo, con destrezza lo staccava dal tornio, me lo poneva davanti e mi diceva : “E’ di tuo gradimento?”.

Ed era bello guardarsi negli occhi.

IV

         Quel giorno di giugno, Vincenzo, alzatosi di buon mattino, ammirava la lussureggiante vallata della Fiumara che si sviluppava davanti casa sua, con la voglia di assaporare, sulla sua cara bicicletta, l’estate incipiente. Sebastiano era in ritardo di qualche minuto all’appuntamento ma lui non l’aspettò: decise di partire da solo, ma per un giro più lungo. Sebastiano ebbe appena il tempo di vederlo sparire all’orizzonte e di sussurargli :” Grazie Papà!”.

V

      La Noto di oggi, tutta tirata e messa a nuovo, è ben diversa dalla Noto dei primi anni ’90, degradata e in disarmo; e ci voleva fegato allora ad alzare la saracinesca di una bottega artigiana. Scrivevo allora nel citato articolo su Sebastiano:   “Sorprende forse che in un simile panorama isterilito, dove il gesto dell’uomo è ormai sopraffatto dalla macchina, …, dove la cultura artigiana cede il passo al “do it your-self”, dove non esiste più modello, misura, canone o riferimento che possa arginare l’incalzare del brutto, del volgare, dell’antiestetico, ci sia ancora qualche buon seme che chissà, forse per miracolo, trova la forza di germogliare”.

Ebbene, a distanza di tanti anni, posso dire che quel seme è cresciuto, ha messo radici e produce gli eccellenti frutti che tutti possiamo apprezzare; e chissà che in futuro non ci sia un Vincenzino che abbia voglia di aggiungere nuovi capitoli a questa meravigliosa storia di arte e di affetto.

Corrado Celestri

“ Chi l’ha detto che gli asini non  volano? “

(Vincenzo Caristia)

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